Un nuovo arresto nell’inchiesta sull’omicidio di Francesco Diviesti, il giovane di Barletta assassinato il 25 aprile 2025 con modalità riconducibili, secondo l’accusa, al metodo mafioso. Nella mattinata odierna, personale della Direzione Investigativa Antimafia di Bari e della Squadra Mobile della Questura di Andria ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un pregiudicato originario di Minervino Murge, ritenuto gravemente indiziato di aver partecipato al delitto.
Il provvedimento è stato emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Le contestazioni riguardano il concorso in omicidio premeditato, aggravato dal metodo mafioso, oltre alla distruzione e all’occultamento del cadavere e al porto illegale di armi da fuoco.
Secondo la ricostruzione investigativa, l’uomo avrebbe assicurato supporto logistico ai tre presunti esecutori materiali dell’omicidio, due italiani e un cittadino albanese, già destinatari di misure cautelari nell’ambito dell’operazione eseguita il 26 maggio scorso. Il suo contributo sarebbe stato determinante sia nella fase organizzativa ed esecutiva del delitto, sia in quella successiva, relativa all’occultamento delle armi e alla distruzione del corpo della vittima.
Le indagini e il ruolo del presunto complice
L’attività investigativa, coordinata dalla DDA di Bari, sarebbe stata ulteriormente rafforzata dalle dichiarazioni di una persona aspirante collaboratore di giustizia. Le sue rivelazioni avrebbero fornito nuovi particolari sulla dinamica dell’omicidio, risultati coerenti con diversi elementi già raccolti dagli investigatori.
Il delitto risale alla sera del 25 aprile 2025. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Diviesti sarebbe rimasto coinvolto in una violenta colluttazione tra diversi soggetti pregiudicati all’interno di un bar di Barletta. Al termine dell’episodio sarebbe stato condotto in una zona isolata dell’Alta Murgia, all’interno di alcune grotte situate nell’agro di Canosa di Puglia.
Qui il giovane sarebbe stato raggiunto a distanza ravvicinata da cinque colpi di pistola, esplosi con due diverse armi da fuoco. Il giorno successivo, il cadavere sarebbe stato bruciato utilizzando alcuni copertoni, con l’obiettivo di cancellare ogni traccia del delitto. Una modalità che, secondo gli investigatori, richiamerebbe tecniche criminali già utilizzate negli anni Novanta nel territorio della provincia di Barletta-Andria-Trani.
La pista del controllo dello spaccio di droga
Secondo l’ipotesi accusatoria, l’omicidio sarebbe maturato nell’ambito delle dinamiche criminali legate al controllo dello spaccio di sostanze stupefacenti a Barletta.
Il presunto mandante, un cittadino albanese arrestato nel precedente sviluppo investigativo, avrebbe agito con l’obiettivo di consolidare la propria supremazia criminale sul territorio, ricorrendo a un’azione di violenza connotata dal metodo mafioso e avvalendosi della collaborazione di altri due presunti esecutori e del contributo logistico dell’uomo arrestato nelle ultime ore.
L’arresto di oggi si inserisce nel più ampio quadro investigativo che aveva portato, il 26 maggio scorso, all’esecuzione di due ordinanze cautelari e di un decreto di sequestro preventivo nei confronti complessivamente di 15 persone.
L’operazione era stata condotta attraverso una Squadra Investigativa Comune costituita tra la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura Speciale Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana, con il supporto di Eurojust.
Le contestazioni, a vario titolo, comprendevano omicidio premeditato aggravato dal metodo mafioso, tentata estorsione, detenzione e porto illegale di armi e munizioni, favoreggiamento personale, violazione delle misure di prevenzione e riciclaggio internazionale di denaro.
Le indagini avevano inoltre fatto emergere l’esistenza di un gruppo organizzato con base a Tirana, ritenuto dedito al trasferimento di denaro contante dall’Italia all’Albania attraverso una società di autonoleggio. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il sistema sarebbe stato in grado di movimentare circa un milione di euro nell’arco di appena sei mesi.
Con l’ultimo provvedimento, il GIP di Bari ha accolto integralmente la richiesta della DDA, riconoscendo la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza anche in relazione alle aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso.
L’inchiesta resta tuttavia nella fase delle indagini preliminari. Le contestazioni e gli elementi raccolti dagli investigatori dovranno essere sottoposti alle successive verifiche processuali nel contraddittorio tra accusa e difesa. La responsabilità degli indagati potrà essere affermata soltanto con una sentenza definitiva.

