L’assessora chiarisce il caso di “St’orto è in comune” e distingue il progetto sociale dall’istanza privata del 2024
La polemica sugli orti sociali arriva sul tavolo dell’assessorato alle Politiche Sociali e Ida De Carolis risponde entrando nel merito degli atti. Al centro del confronto c’è il progetto “St’orto è in comune”, in fase di realizzazione nell’area pubblica compresa tra via Lombardia, via O. Cantore, via A. Gramsci e via P. Togliatti, e il paragone con una precedente istanza collegata all’associazione Sherwood.
Dopo le osservazioni sollevate da una testata locale e dal coordinatore cittadino del Movimento Mediterraneo, Ciro Marseglia, l’assessora ha ricostruito l’iter delle due iniziative, sostenendo che si tratti di proposte differenti per natura, soggetti coinvolti, finalità e competenze amministrative.
L’istanza del 2024
De Carolis chiarisce innanzitutto che la pratica richiamata nella polemica risale al 2024, quando non aveva ancora la delega alle Politiche Sociali, e che non sarebbe stata presentata direttamente dall’associazione Sherwood ma da un privato proprietario di un terreno.
L’oggetto dell’istanza era una “Proposta di accordo di programma per la realizzazione di ristororto/commercializzazione di prodotti degli orti urbani e velostazione in variante urbanistica in via delle Rose c.da Paparazio”.
Nella documentazione, aggiunge l’assessora, la proposta veniva presentata congiuntamente da “operatore economico/commerciale nel settore ristorativo con utilizzazione di prodotti autoprodotti a chilometro zero e con l’associazione ambientalista”.
Da qui, secondo De Carolis, la diversa natura amministrativa della pratica, che prevedeva anche una velostazione e una variante urbanistica su un terreno privato.
“Non era una pratica delle Politiche Sociali”
L’assessora sottolinea che quella istanza era stata indirizzata agli uffici competenti in materia di urbanistica, sviluppo economico, attività produttive ed edilizia, e non all’Assessorato alle Politiche Sociali. “I progetti commerciali, anche se al loro interno possano avere una minima valenza sociale, sono valutati attraverso gli strumenti amministrativi previsti per le iniziative commerciali e per gli interventi urbanistici. Un progetto di questo tipo ha finalità, procedure, area di intervento e soggetti proponenti diversi da un orto sociale realizzato su un bene pubblico, senza finalità di lucro e senza costi a carico dell’Amministrazione comunale”.
Come nasce “St’orto è in comune”
Il progetto attualmente in corso nasce invece da un patto di collaborazione sui beni comuni sottoscritto con Babele APS, insieme ad Alzaia Onlus e Grott’Art APS.
Lo strumento prevede che il Comune metta a disposizione un bene pubblico, mentre le realtà firmatarie assumono impegni relativi alla cura dello spazio, alle attività, all’apertura alla comunità e al coinvolgimento delle persone.
De Carolis ricorda inoltre che sul territorio sono già stati approvati altri progetti con la stessa formula e che anche Sherwood, partner dell’istanza privata citata nella polemica, avrebbe ricevuto in più occasioni spazi per le proprie attività.
Ventiquattro lotti, metà destinati a persone fragili
“St’orto è in comune” prevede la realizzazione di 24 lotti coltivabili. Dodici saranno destinati a persone migranti, famiglie e minori e donne che hanno vissuto situazioni di violenza, mentre gli altri dodici saranno aperti alla cittadinanza.
Le associazioni partner accompagneranno le attività attraverso percorsi di coltivazione, cura del suolo, laboratori e iniziative rivolte anche alle scuole.
Il progetto, precisa l’assessora, non sarebbe nato negli ultimi mesi ma sarebbe stato presentato già alla precedente titolare della delega, attraversando poi una fase di confronto, costruzione della rete, individuazione dell’area e definizione del patto.
“Confrontare solo le date produce una ricostruzione sbagliata”
De Carolis respinge quindi l’idea di un diverso trattamento tra progetti apparentemente simili. “Mi sembra però che, per scarsa conoscenza degli atti o, per lo più, per scelta politica, si stiano confondendo piani che sono diversi. Gli orti sociali sono strumenti di welfare di comunità. Offrono alle persone un luogo da vivere, coltivare e condividere. La proposta richiamata nella polemica era un progetto commerciale, presentato come tale dallo stesso proponente e indirizzato agli uffici che si occupano di urbanistica, sviluppo economico e attività produttive. Confrontare soltanto le date, senza leggere gli atti e senza guardare ai contenuti, produce una ricostruzione sbagliata”.
I prossimi passaggi
L’area destinata a “St’orto è in comune” è già stata recintata. Il cronoprogramma prevede ora l’allestimento delle vasche di coltivazione, mentre tra settembre e ottobre, con condizioni climatiche più favorevoli, dovrebbero partire le prime piantumazioni. “Ogni proposta va valutata per ciò che è, seguendo le procedure corrette e le competenze previste. Questo è il metro che abbiamo usato: trasparenza negli atti, rispetto delle regole e un enorme attenzione al valore sociale dei progetti”.

