C’è una differenza sostanziale tra difendere la libertà artistica e celebrare un messaggio. È una distinzione che merita di essere ribadita dopo la vittoria a un talent canoro nazionale di un brano che contiene l’espressione «fanculo ai Carabinieri».
Il punto non è censurare la creatività o limitare la libertà di espressione dei giovani artisti. L’arte, per sua natura, provoca, racconta e spesso rompe gli schemi. Ma una cosa è consentire che un’opera esista, altra è decidere di premiarla, consacrandola davanti a milioni di spettatori e trasformandola in un modello di successo.
La riflessione assume un significato ancora più profondo nel giorno in cui l’Italia ricorda il 34° anniversario della strage di via D’Amelio, simbolo del sacrificio di chi ha dedicato la propria vita alla difesa della legalità. In una giornata che richiama il valore delle istituzioni e il prezzo pagato da tanti servitori dello Stato, stride la scelta di incoronare un brano che contiene un insulto rivolto a una delle istituzioni più rappresentative del Paese.
Ai giovani dovremmo trasmettere il valore del rispetto, della legalità e della convivenza civile. Non perché le Forze dell’Ordine siano immuni dalle critiche, in uno Stato democratico ogni istituzione può e deve essere oggetto di confronto, ma perché un conto è criticare, un altro è trasformare l’offesa in un messaggio da applaudire e premiare.
Ogni giorno donne e uomini in divisa affrontano rischi concreti per garantire la sicurezza dei cittadini, far rispettare la legge e difendere i principi democratici. Tra loro c’era anche il brigadiere Carlo Legrottaglie, ucciso senza pietà al termine di un inseguimento, a pochi giorni dalla pensione, dopo una vita dedicata al servizio dello Stato.
Per questo, la vittoria di un brano che inneggia all’insulto verso i Carabinieri non può essere liquidata come una semplice provocazione artistica. È una scelta culturale che rischia di trasmettere un messaggio profondamente diseducativo, soprattutto se indirizzato a un pubblico giovane.
La libertà di espressione resta un valore irrinunciabile. Ma altrettanto irrinunciabile è la responsabilità di chi seleziona, promuove e premia contenuti destinati a milioni di persone. Perché ogni premio non è soltanto un riconoscimento artistico: è anche un messaggio su ciò che una società decide di valorizzare.
E quando viene premiato un insulto rivolto a chi ogni giorno serve lo Stato, a volte pagando con la propria vita, il rischio è che non perda soltanto il rispetto per un’uniforme. A perdere è il senso stesso della legalità, della convivenza civile e del rispetto delle istituzioni su cui si fonda una democrazia.

