La riforma della legge elettorale infiamma il dibattito politico e apre un duro scontro tra maggioranza e opposizioni. Alla Camera, con voto segreto, è stato bocciato l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc che introduceva le preferenze mantenendo però i capilista bloccati.
Il risultato è stato di 188 voti contrari e 187 favorevoli, un esito che ha alimentato le accuse di franchi tiratori nella maggioranza e acceso il confronto sulla tenuta del Governo.
La giornata era stata preceduta da un acceso braccio di ferro sullo scrutinio segreto. I presidenti dei gruppi parlamentari di Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, avevano chiesto che l’intero iter della riforma, dagli emendamenti fino al voto finale, si svolgesse a scrutinio segreto, richiamando gli articoli 51 e 49 del Regolamento della Camera.
Alla richiesta aveva replicato direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che sui social aveva lanciato un appello al voto palese. «Sì alle preferenze. No al voto segreto», ha scritto la premier, sostenendo che fosse necessario verificare chi fosse realmente favorevole alla possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari. «C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani».
Prima del voto, tutti i partiti della coalizione avevano annunciato il sostegno all’emendamento. Forza Italia, al termine della riunione dei gruppi parlamentari, aveva confermato il voto favorevole. Il vicepremier Antonio Tajani aveva escluso timori per eventuali franchi tiratori, assicurando che «il centrodestra rispetterà l’indicazione». Lo stesso Tajani aveva inoltre ribadito l’impegno del partito a garantire una forte rappresentanza femminile nelle candidature, pur respingendo la necessità di ulteriori modifiche normative.
Anche la Lega aveva ufficializzato il proprio sostegno, spiegando che il sistema proposto avrebbe garantito sia la governabilità sia una maggiore possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Favorevole all’emendamento, pur definendolo insufficiente, anche Roberto Vannacci di Futuro Nazionale. «Mantiene il potere delle segreterie di partito con i capilista bloccati – ha osservato -, ma rappresenta comunque un passo avanti rispetto all’attuale sistema. Continuiamo però a sostenere il modello delle preferenze pure».
Sul fronte opposto, il Partito Democratico aveva confermato la volontà di chiedere il voto segreto su tutti gli emendamenti consentiti dal regolamento. La segretaria Elly Schlein ha definito la riforma «irricevibile nel metodo e nel merito», accusando la maggioranza di voler introdurre «surrettiziamente il premierato attraverso la legge elettorale». «Continueremo a fare muro insieme alle altre opposizioni contro questa pessima legge elettorale», ha dichiarato.
Prima del voto decisivo è stato inoltre respinto un subemendamento, firmato da Luana Zanella e sottoscritto anche da Pd e M5S, che introduceva norme per garantire una maggiore parità di genere nella scelta dei capilista. Il testo è stato bocciato con 207 voti contrari e 155 favorevoli.
Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, nell’Aula della Camera si sono levati i cori “Elezioni” e “Dimissioni” dai banchi dell’opposizione.
Per il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, si tratta di una vera e propria sfiducia politica nei confronti dell’esecutivo. «Meloni aveva chiesto di metterci la faccia e oggi è stata sfiduciata dalla sua stessa maggioranza. Deve aprire la crisi di governo», ha dichiarato.
Anche Elly Schlein ha parlato di un voto che certifica il fallimento della maggioranza, chiedendo alla presidente del Consiglio di «prendere atto della situazione e restituire la parola agli italiani».
Sulla stessa linea Matteo Renzi, secondo cui «la maggioranza non c’è più» e il Governo dovrebbe dimettersi, mentre Riccardo Magi di Più Europa ha definito quello della Camera «un voto di sfiducia nei confronti del Governo Meloni».
Dopo il voto, i leader del cosiddetto campo largo (Giuseppe Conte, Elly Schlein, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Davide Faraone) hanno partecipato al sit-in organizzato davanti a Montecitorio contro la riforma elettorale, chiedendo che la premier riferisca al Presidente della Repubblica e valuti l’apertura di una crisi di governo.
Dal fronte della maggioranza, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha respinto le accuse, sostenendo che il centrodestra continuerà l’esame della riforma e accusando le opposizioni di fare propaganda.
Più prudente il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che ha riconosciuto il peso politico della votazione, pur ritenendo che solo un’eventuale bocciatura dell’intero provvedimento potrebbe aprire una riflessione più ampia sulla tenuta della maggioranza.
Intanto, la presidenza della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento della Lega sul terzo mandato dei presidenti di Regione, giudicato estraneo ai contenuti della riforma elettorale. I lavori sull’esame del provvedimento proseguiranno nei prossimi giorni, mentre il clima politico resta particolarmente teso dopo una votazione destinata ad alimentare il confronto tra maggioranza e opposizioni.

