BRINDISI – Un magistrato in servizio presso il Tribunale di Brindisi, nello specifico il giudice Gianmarco Galiano, già arrestato nel 2021 e imputato per corruzione in un’inchiesta della Procura di Potenza, non può gestire direttamente una struttura turistico-ricettiva, tanto meno se coinvolto anche nell’organizzazione delle attività offerte agli ospiti, comprese escursioni in barca in qualità di skipper. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che, con la sentenza numero 21570 depositata il 24 giugno 2026, hanno accolto il ricorso del Ministero della Giustizia contro la precedente assoluzione pronunciata dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura.
Galiano era accusato di aver svolto attività imprenditoriale incompatibile con l’esercizio delle funzioni giudiziarie attraverso la gestione di una struttura ricettiva a Porto Cesareo. Secondo l’accusa disciplinare, il magistrato avrebbe avuto un coinvolgimento diretto nell’amministrazione dell’attività, pubblicizzata online anche con la possibilità per gli ospiti di effettuare escursioni in barca con skipper.
Il Csm, con una decisione del 2025, aveva però assolto il magistrato ritenendo non sufficientemente provata la sua gestione diretta dell’impresa e attribuendo formalmente la titolarità dell’attività al padre. Tra gli elementi esaminati figuravano recensioni online che indicavano il magistrato come proprietario della struttura, l’utilizzo di carte di pagamento intestate al genitore per acquisti legati all’attività e alcuni contatti telefonici con clienti e collaboratori.
Magistrato e skipper, cosa dice la Cassazione
Le Sezioni Unite hanno invece ritenuto fondate le censure del Ministero della Giustizia, evidenziando come il giudice disciplinare abbia valutato gli indizi in maniera frammentaria, senza considerarli nel loro insieme. Per la Cassazione, infatti, anche una partecipazione non esclusiva ma diretta alla gestione di un’attività imprenditoriale può integrare l’illecito disciplinare previsto per i magistrati.
La Suprema Corte richiama inoltre il principio secondo cui il divieto imposto ai magistrati di esercitare attività commerciali o imprenditoriali è finalizzato a evitare interferenze con l’imparzialità e l’indipendenza della funzione giudiziaria, oltre che possibili condizionamenti esterni.
La sentenza non comporta una condanna disciplinare definitiva, ma dispone un nuovo esame della vicenda da parte della sezione disciplinare del Csm, che dovrà rivalutare il caso alla luce dei principi indicati dalla Cassazione.