TARANTO – “La sentenza della Corte di Cassazione sull’ex Ilva segna un passaggio fondamentale per il futuro della città, ma non può diventare l’ennesimo motivo di contrapposizione tra chi rivendica il diritto alla salute e chi teme di perdere il proprio posto di lavoro. A essere coinvolta, infatti, è un’intera comunità: lavoratori, famiglie, imprese dell’indotto e cittadini che chiedono certezze sul proprio futuro”
È questo il messaggio lanciato da Egidio Albanese, che interviene dopo la decisione delle Sezioni Unite civili della Cassazione, relativa alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dell’ex Ilva.
“Una decisione – secondo Albanese – che conferma le misure adottate a tutela della salute, con particolare riferimento alla presenza di amianto e alle emissioni di polveri sottili”. Albanese invita, tuttavia, a non interpretare il provvedimento come un ordine di chiusura definitiva e incondizionata: la possibilità di riprendere l’attività resta subordinata alla rimozione dell’amianto e all’adozione degli interventi necessari per riportare le emissioni entro condizioni di sicurezza, nel rispetto delle procedure ambientali.
Il principio, secondo Albanese, è chiaro: “il lavoro deve essere garantito, ma deve essere anche salubre e sicuro. La tutela dell’occupazione non può prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali e della salute delle persone”.
Da qui la necessità di chiamare in causa la politica. “La magistratura – aggiunge Egidio Albanese – può stabilire il rispetto delle regole e dei diritti, ma non può finanziare la riconversione industriale, creare nuove imprese, garantire gli stipendi o offrire opportunità occupazionali ai giovani. Sono responsabilità che spettano al Governo, alla Regione Puglia e agli enti locali.”
Per Albanese, dunque, non è corretto attribuire alla magistratura la responsabilità dell’incertezza occupazionale. La vera questione è capire quali alternative siano state predisposte dalle istituzioni per affrontare una crisi industriale che da tempo richiedeva risposte concrete.
L’avvocato Albanese prosegue: “La priorità è mettere in sicurezza il futuro dei lavoratori dello stabilimento e delle aziende dell’indotto, attraverso garanzie sul reddito, percorsi di ricollocazione, formazione professionale e prospettive occupazionali credibili. Dietro ogni attività produttiva, sottolinea, ci sono competenze, investimenti e migliaia di famiglie che non possono essere lasciate nell’incertezza”.
“Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche dalle bonifiche ambientali, capaci di generare nuove opportunità di lavoro qualificato e restituire alla città aree oggi compromesse”.
“Ma, avverte Albanese, non bisogna alimentare false aspettative: questi interventi richiedono programmazione, controlli rigorosi e non possono garantire automaticamente la ricollocazione di tutti i lavoratori coinvolti nella crisi”.
“Anche l’eventuale rilancio della siderurgia dovrà poggiare su elementi concreti e verificabili: tecnologie utilizzate, investimenti, fabbisogno energetico, impatto sanitario, tempi di realizzazione e ricadute occupazionali”. Non basta definire un impianto «verde» per garantirne la compatibilità con la salute dei cittadini”
“Parallelamente, Taranto deve puntare a diversificare la propria economia”. Porto e logistica, economia del mare, ricerca, piccole e medie imprese, turismo e patrimonio culturale possono rappresentare settori strategici per costruire un modello di sviluppo meno dipendente dalla grande industria”. Ma servono infrastrutture, investimenti, competenze e una capacità amministrativa in grado di trasformare le idee in progetti realizzabili”.
“Il Comune e la Regione, secondo Albanese, devono assumere un ruolo attivo, avanzando proposte, sollecitando impegni concreti da parte dello Stato e garantendo trasparenza sull’utilizzo delle risorse e sullo stato di avanzamento degli interventi. I cittadini devono poter conoscere e verificare gli impegni assunti dalle istituzioni”.
“Da tarantino – sottolinea Albanese – considero inaccettabile che il futuro della nostra città continui a essere raccontato come una scelta dolorosa tra salute e stipendio. Chi chiede aria pulita e chi teme di perdere il lavoro appartengono alla stessa comunità. La politica deve rispondere a entrambi”.
Il messaggio finale è un appello alla responsabilità istituzionale: “la sentenza della Cassazione stabilisce un limite che deve essere rispettato, ma ora occorre costruire, all’interno di quel limite, un nuovo progetto economico e sociale”