Il leader di Azione interviene a Bari e accusa la politica di aver compromesso il futuro dello stabilimento: “Stiamo perdendo il più grande impianto industriale del Mezzogiorno”
“Sull’ex Ilva ormai non c’è più nulla da fare”. È una valutazione durissima quella di Carlo Calenda, senatore e leader di Azione, sul futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto. Secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico, la crisi sarebbe ormai arrivata a un punto tale da rendere estremamente difficile salvare la produzione di acciaio primario.
Le dichiarazioni sono arrivate a Bari, a margine della presentazione del suo libro “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”, mentre la vertenza ex Ilva continua ad alimentare preoccupazioni per il destino dei lavoratori e dell’intero sistema industriale nazionale.
“Nessuno vuole più l’Ilva aperta”
Calenda individua le responsabilità della situazione nelle decisioni politiche e industriali assunte negli anni precedenti, a partire dalla rottura dell’accordo originario con ArcelorMittal.
Secondo il leader di Azione, quella scelta avrebbe compromesso le prospettive dello stabilimento, aprendo la strada a una crisi progressivamente più difficile da risolvere. “Su ex Ilva ormai non c’è più nulla da fare. Da quando fecero saltare l’accordo blindato con Mittal, per poi farci una società in minoranza, io misi in guardia sul fatto che l’Ilva in quel modo fosse destinata a chiudere. La verità è che nessuno vuole più l’Ilva aperta. Non la vogliono le istituzioni locali, non la vuole la politica, non la vuole il territorio, non la vuole il sindacato, non la vuole la magistratura e noi stiamo perdendo il più grande impianto industriale del Mezzogiorno che fa acciaio primario, in un momento in cui noi importiamo acciaio primario”.
Una posizione che Calenda estende dunque a numerosi soggetti istituzionali e sociali, ai quali attribuisce una contrarietà, esplicita o di fatto, alla prosecuzione delle attività. Si tratta di una sua valutazione politica, non di una posizione condivisa da tutte le realtà chiamate in causa.
L’accusa al Movimento 5 Stelle e il caso Mittal
Il senatore torna poi sulla gestione dell’accordo con ArcelorMittal, sostenendo che la sua interruzione abbia rappresentato un passaggio decisivo nella vicenda.
Nel mirino finisce soprattutto il Movimento 5 Stelle, accusato di aver contribuito alle scelte che, secondo Calenda, hanno indebolito la prospettiva industriale dell’ex Ilva. “Questo accade perché, a un certo punto, abbiamo deciso, andando dietro ai Cinque stelle, di far saltare l’accordo col primo produttore mondiale di acciaio, che è andato a fare quell’impianto in Francia. È una storia assurda”.
Per il leader di Azione, il risultato è il rischio di perdere una capacità produttiva strategica proprio mentre l’Italia continua ad avere bisogno di importare acciaio primario.
“O si nazionalizza o lo stabilimento rischia di chiudere”
Calenda indica anche quella che considera l’unica possibile alternativa rimasta: un intervento diretto dello Stato per mantenere in attività la produzione siderurgica.
La soluzione prospettata prevede la nazionalizzazione dello stabilimento e misure straordinarie per garantirne la continuità operativa, ma lo stesso senatore esprime forti dubbi sulla volontà politica di procedere in questa direzione. “Oggi o si nazionalizza, si militarizza e si tiene aperto tutta la parte di acciaio primario, ma io non credo che lo vuole fare nessuno, perché non hanno voluto un rigassificatore a Taranto, ma come si pensa di fare l’industria senza i rigassificatori?”.
Il riferimento alle infrastrutture energetiche introduce un ulteriore elemento della critica di Calenda: a suo giudizio, la mancanza di scelte coerenti sull’approvvigionamento energetico avrebbe contribuito a rendere ancora più complicata la prospettiva di mantenere una grande industria siderurgica sul territorio.