Un quadro allarmante, tracciato senza mezzi termini. Minori che utilizzano la violenza come linguaggio quotidiano, che escono di casa armati, che oltraggiano i servitori dello Stato, che arrivano a scuola dopo aver abusato di alcol. E ancora, episodi gravissimi come le violenze sulle ragazze, spesso ridimensionati o etichettati impropriamente come semplici atti di bullismo.
Parole dure, quelle del procuratore Filoni, che puntano il dito non solo contro chi commette questi atti, ma anche contro chi sceglie di voltarsi dall’altra parte. “Guardare queste condotte e non denunciarle è un reato”, sottolinea, evidenziando una responsabilità diffusa che coinvolge famiglie, scuola e società.
Un passaggio chiave riguarda proprio il linguaggio: definire “bullismo” comportamenti che integrano veri e propri reati rischia di minimizzare la gravità dei fatti e di ostacolare una risposta adeguata.
Infine, l’appello più forte: rompere il silenzio. Perché, conclude Filoni, “la solitudine uccide, ma anche l’indifferenza”. Un monito che chiama in causa l’intera comunità educante e istituzionale, invitata a non sottovalutare segnali sempre più evidenti di disagio e deriva sociale tra i più giovani.